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Rispetto per la natura, fondamento dell’Induismo

Il rispetto e la venerazione per la natura sono alla base di molte pratiche e rituali indù. Eppure, tanti sono i luoghi di culto induisti che devono far fronte ad enormi problemi ambientali.

I testi e le scritture indù sono pieni di riferimenti all’adorazione del divino presente in natura e sono ancora di grande attualità. Milioni di indù recitano quotidianamente mantra in sanscrito per venerare i loro fiumi, montagne, alberi e animali. Molti di loro seguono anche, per motivi religiosi, una dieta vegetariana e si oppongono all’uccisione istituzionalizzata di animali finalizzata al consumo umano. La Terra, rappresentata come una Dea o “Devi”, viene adorata in molti rituali indù. Per esempio, prima che vengano scavate le fondamenta di un edificio, un sacerdote viene invitato a celebrare la “Bhoomi (terra) Pooja”, per chiedere perdono alla madre terra per averla violata. Per tanti indù il concetto di protezione ambientale non è separato dagli insegnamenti religiosi e lo si può constatare in molti dei riti che praticano le comunità rurali, riti come il Bishnois e il Bhils che servono a proteggere le foreste e le sorgenti d’acqua. Nonostante la venerazione per la natura, così profondamente radicata nell’Induismo, non si può negare che molti luoghi di culto indù – dai più alti siti di pellegrinaggio dell’Himalaya a tutto il sistema fluviale del Gange – debbano affrontare grandi sfide ambientali

Link to English version:
http://www.theosophyforward.com/medley/1360-respect-for-nature-key-to-hinduism

Per la serie: La nostra Unità: Un centinaio di Buddha

Patrizia Calvi – Italia

“Se vuoi, o discepolo, attraverso l’aula della sapienza raggiungere la valle di beatitudine, chiudi fortemente i tuoi sensi alla grande e funesta eresia della separazione, che ti allontana dalla pace” (La Voce del Silenzio, v. 37).

Le divisioni all’interno del movimento teosofico sono un dato di fatto e ciò certamente confligge con il principio della Fratellanza Universale senza distinzioni. Questo provoca disagio, alle nostre coscienze, e implica un senso di fallimento nella nostra sperimentazione vivente di tali principi.

Si dice che se Gautama Buddha entrasse in una sala affollata non vedrebbe qualche centinaio di persone, ma qualche centinaio di Buddha. E i latini affermavano: “Omnia munda mundis”: tutto è puro agli occhi dei puri.

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Per la serie: La nostra Unità: Sull’unità (riflessioni estremamente soggettive)

Thomas Martinovich – Ungheria

Disse un vecchio saggio: “Non preoccuparti, non puoi cadere fuori dall’Universo”.

L’insegnamento principale della (moderna) Teosofia è quello che il mondo intero – inclusi noi come parti di esso – è una totalità, un’unità senza parti separate. Ma sperimentare questo come una realtà è piuttosto difficile. Perché?

Il linguaggio è un ottimo specchio, per farci capire qual è il nostro modo di pensare: le espressioni “io e gli altri”; “io e il mondo”; “io e Dio” – oppure: “ciò che è mio e ciò che è degli altri”, riflettono la separazione tra noi stessi e il resto del mondo.

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Per la serie: La nostra Unità: La nostra unità teosofica

Janet Lee – Regno Unito

“La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo subalterni” (Cassio: atto I, scena II), Giulio Cesare, tragedia shakespeariana).

L’opera romana di Shakespeare parla di uguaglianza, equilibrio politico e fratellanza, e dei grandi problemi e conflitti che sorgono quando qualcuno si arroga una superiorità morale ed effettiva sugli altri e quando ciascuno di noi afferma a gran voce di essere buono e senza macchia! Al contrario, H.P.B. appare come una donna che comprese molto bene se stessa, che era particolarmente consapevole dei propri difetti e debolezze, e a suo modo molto integrata: in ciò stavano la sua forza e la sua autorità. Ella era unica e autentica e conosceva le proprie manchevolezze. Come in alto, così in basso, come all’interno, così all’esterno. Quali Teosofi non possiamo sperare di essere uniti gli uni agli altri, in una fratellanza universale, se ciascuno di noi non sa trovare dentro di sé quella unità interiore.

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Il dolore condiviso è un elemento aggregante

[Questa storia è basata su materiale fornito dalla Association for Psychological Science: clicca su questo link: http://www.psychologicalscience.org/ ]

Secondo i risultati di alcune nuove ricerche pubblicate su Psychological Science, rivista della Association for Psychological Science, quello che, nelle dinamiche di gruppo, non uccide, fortifica.


Le esperienze dolorose sperimentate insieme possono cambiare il comportamento di un gruppo, promuovendo i legami e la solidarietà.

Tale ricerca suggerisce che il dolore, pur non essendo un’esperienza piacevole, può veramente avere conseguenze sociali positive, agendo come una sorta di “collante” che, nei gruppi, è in grado di promuovere la coesione e la solidarietà.

“I risultati delle nostre ricerche dimostrano che il dolore  è un elemento particolarmente significativo, nel produrre legami e cooperazione tra coloro che condividono esperienze di sofferenza”, afferma lo scienziato psicologo e coordinatore di ricerche Brock Bastian, della New South Wales University in Australia. “I risultati hanno fatto chiarezza sul perché, tra soldati o altri che condividono difficoltà ed esperienze dolorose, possa svilupparsi il cameratismo.”

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Per la serie: La nostra Unità: UNITA’ e DIVERSITA’ Fratellanza e libertà di pensiero ed evoluzione spirituale

Roger Price – Belgio

Sebbene la vita tutta sia sempre un’Unità, è attraverso la manifestazione e l’esperienza dell’individualità, inclusa la sua apparente separazione (almeno nel corso di alcune fasi dell’evoluzione monadica), che ogni monade raccoglie per il TUTTO l’intero spettro dell’esperienza evolutiva necessaria. Da qui la necessità della diversità nell’Unità per l’Umanità.

L’umanità si trova ad un punto unico, sul sentiero evolutivo di transizione tra l’esperienza della separazione e quella dell’Unità. Al momento attuale, sebbene la nostra esperienza predominante sia di separazione, abbiamo anche la capacità di sperimentare l’Unità, per un certo grado. L’esperienza di separazione fa crescere il nostro senso del sé, a livello personale, ma i nostri sforzi per capire, sentire e praticare la Fratellanza Universale ci aiutano a sperimentare l’Unità e a dispiegare la nostra Individualità spirituale. Al contrario, l’influenza della nostra Individualità spirituale sulla personalità fa aumentare la comprensione e il sentimento di Unità espressi attraverso la Fratellanza Universale, insieme con il rispetto per l’essenziale intrinseca diversità, attraverso la Libertà di Pensiero. L’accettazione totale e la pratica sia della Fratellanza Universale, che riflette l’Unità intrinseca, sia della Libertà di Pensiero, che riflette l’intrinseca necessaria diversità, sono i principi tramite i quali l’Umanità può progredire, nel viaggio che ci farà ottenere l’ingresso alla Vita Interiore e che stimolerà lo sviluppo della nostra Individualità spirituale, secondo la legge di evoluzione.

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Per la serie: La nostra Unità – Un ponte migliore

James LeFevour – Stati Uniti d’America

Essendo da poco studente di Teosofia, la mia prima International Theosophical Conference è stata solo qualche anno fa.

Ricordo abbastanza bene una particolare conversazione che ebbi un mattino, durante la colazione, con un altro neofita. Egli era un allievo di Point Loma, all’Aja, ed io, essendo di Wheaton, avevo ricevuto come prima cosa l’insegnamento di Adyar. Fu piacevole mettere a confronto le nostre osservazioni, per così dire, parlando delle differenze tra le varie tradizioni teosofiche.

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Per la serie: La nostra Unità

Domen Kočevar – Slovenia

“Solleva la testa, o Lanu; vedi tu una o innumerevoli luci al di sopra di te, che ardono nell’oscuro cielo di mezzanotte?”.

“Io percepisco una sola Fiamma, o Gurudeva, e vedo innumerevoli scintille non separate che brillano in essa”.

“Hai ragione. E adesso guarda intorno a te e dentro di te. Quella luce che arde dentro di te, la percepisci in qualche modo diversa dalla luce che brilla nei tuoi fratelli umani?” “Essa non è in alcun modo differente, per quanto il prigioniero sia tenuto in schiavitù dal Karma, e le sue vesti esteriori ingannino l’ignorante facendogli dire: “La Tua Anima e la Mia.” (H.P.B., La Dottrina Segreta, vol. I, pag. 174).

Ispirato di recente dalla International Theosophy Conference e dal Centro Teosofico Internazionale di Naarden, cercherò di tradurre in parole alcune riflessioni sull’Unità. Rivolgevamo il nostro pensiero da qui a cento anni: un futuro lontano, ma non poi così tanto. Che ne sarà della Teosofia, a che punto sarà la nostra unità? E la religione, cosa sarà? Ci sarà ancora? Se si è onesti intellettualmente, concentrati, con una mente aperta, attenta e quieta, senza pregiudizi di particolare rilevanza (inclusi quelli teosofici) allora è possibile cogliere qualche barlume di devachan sulla Terra.

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